Quella volta che Alberto Gianni inventò la camera iperbarica.

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Muoversi con lo scafandro non è mai stato facile, soprattutto se sei a certe profondità e hai il mare che vuole dire la sua. Alberto Gianni quando lavora non pensa, fa. Ha ottenuto il certificato da Palombaro nel 1912 alla scuola del Varignano, numero di matricola 73128. E ne va molto fiero. Con quella mossa è riuscito a dare a sè e alla sua famiglia un’opportunità in più per guadagnarsi da vivere, invece di aspettare un imbarco su qualche nave come marinaio.

La prima guerra mondiale è ormai una realtà e l’intervento dei palombari per soccorrere navi in avaria è all’ordine del giorno. Gianni è in congedo ed è stato assegnato all’Arsenale di La Spezia quando lo chiamano per aiutare 40 marinai rimasti progionieri di un nostro sommergibile, l’S3, che in un’operazione di collaudo è colato a picco fra le isole di Palmaria e del Tino.

Si tratta di salvare delle vite e non solo della ferraglia. Gianni ne è consapevole. Indossa il vestito di scena e si fa calare a 34 metri di profondità. Si rende subito conto che si deve imbracare di poppa il sommergibile per sollevarlo. E così comincia a lavorarci. Passano 7 ore e alla fine ci riesce.

Ora si tratta di risalire. Un rapido calcolo e Gianni valuta che 7 ore possano bastare per tornare alla normalità e non avere conseguenze fisiche. Troppo ottimismo. Nonostante tutto quel tempo viene colpito da embolia gassosa e passa 5 giorni in ospedale tra la vita e la morte. Al suo risveglio però quale sorpresa per il nostro eroe: 40 marinai festanti che non vedono l’ora di ringraziarlo di persona per aver salvato loro la vita.

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E come ricompensa anche il destino non manca di fare la sua parte e propone al Gianni un baratto, la perdita defintiva dell’udito dall’orecchio destro, in cambio dell’idea della cassa disazotatrice, o camera di decompressione. Alla sera il nostro non fa che disegnare su dei fogli questa cabina di ferro, che verrà poi costruita nell’officina viareggina di Assuero Baroni, in grado di sopportare almeno 4 atmosfere di profondità (pari a 40 metri di profondità), munita di valvole per l’immersione dell’aria e la pressione costante di cui un palombaro ha bisogno per tornare alla normalità.

Grazie Alberto Gianni per aver perso l’udito e averci regalato la camera iperbarica.

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